marlbororosse-
C’era una ragazza bellissima in metropolitana ieri. Aveva degli occhi neri, che non avevo mai visto prima, e i capelli raccolti in una coda spettinata. Aveva lo sguardo triste, piangeva e si asciugava gli occhi col collo della manica, per non far colare il trucco. C’era un ragazzo con lei, le parlava: “É uno stronzo, non ci pensare. Sei speciale. Lui é uno stronzo, non merita le tue lacrime. É pieno di ragazzi che vorrebbero poterti amare qui.” E lui era uno di quelli, l’ho capito subito: mentre la consolava, la guardava come se fosse l’unica ragazza in metropolitana, come se fosse l’ultimo treno del lunedì, da non poter perdere, invece di uno dei tanti di una triste domenica sera. E mi sono chiesta quanto coraggio ci vuole, ad amare qualcuno che ama qualcun’altro..

Citazione (via comepezzidipuzzleincompatibili)

tanto

(via semplicementeinnamoratadilui)

porco dio, PORCO DIO.

(via marlbororosse-)
nonsonoquellachecredete
Il bullo della scuola.
Un bullo vero, mica di quei damerini figli di papà che ogni volta ti rubano il pranzo e poi scopri che, a casa, non fanno altro che indossare camicie e papillon e dire ”Scusami, papà”, ”Scusami, mamma”, con lo sguardo basso di chi ha sempre vissuto nell’ombra.
No, ecco, Jacques è proprio un bullo di alta qualità e non esagero nel dire che la sua frase preferita sia: ”Fa’ attenzione con quei piedi, altrimenti te li stacco a morsi”.
Mai incespicare di fianco a lui, mai. Spesso mi chiedo se abbia veramente azzannato qualche gamba, una volta ogni tanto.
Lo incontro di lunedì nel giardino della scuola, -quanto odio i lunedì, io l’ho sempre detto-;
potrei scappare via a gambe levate e, invece, rimango a guardarlo di schiena, fermo, poi lo vedo chinarsi, ma che fa?, mi sembra di scorgere un braccio che si distende, una mano che si allunga.
Ha atterrato qualcuno, ne sono sicuro. E se ricominciasse a prenderlo a pugni? Io che farei? Mia madre mi ha cresciuto come un pacifista, non riesco neanche ad ammazzare le zanzare che mi si appollaiano sul lobo, ronzando forti come fossero assatanate.
Sto cinque minuti buoni immobile, quasi senza respirare e c’è perfino un momento in cui penso che le punte dei miei piedi abbiano scavato una fossa in cui impiantarsi.
Poi succede.
Mi è permesso di assistere ad un evento, ad un miracolo: la sua mano si era allungata semplicemente per stringere quella di un altro ragazzo, probabilmente caduto inciampando.
Un re che si inchina per sostenere uno schiavo, riuscite a capirlo?
Lo tira su come se pesasse un chilo, li sento parlare, colgo un ”Grazie” tremolante e, alla fine, osservo Jacques rimasto solo, che si sfrega via la terra dalle mani e, a me sembra, un gran peso dal cuore.
Si gira, alza lo sguardo e mi vede. Maledizione, sono ancora qui? Mi sono dimenticato di andarmene.
Non se lo aspettava di certo, di avere spettatori: di solito tutti lo osservano mentre interpreta il leone, non l’agnello. Socchiude gli occhi per vedermi meglio, o, magari, solo per prendere la mira. Sbatte nuovamente le mani sui fianchi, per cancellare ogni prova, poi mi si avvicina con il passo di chi non ha mai paura. E’ ad un centimetro da me -”ora mi ammazza”-, il suo odore pungente mi pervade le vene, sostituendo il sangue con il terrore e, ad un tratto, senza il minimo avviso, mi dice: ”Non lo dire a nessuno”.
Non mi ammazza, ma mi lascia secco. Fa differenza?
Riprende le distanze, lo guardo negli occhi per qualche secondo, lui aggrotta le sopracciglia e io, da vero cretino, non faccio altro che rispondere: ”Credi di poterti sempre nascondere nelle buie grotte delle tue sopracciglia?”. Poi ci penso e capisco che la mia frase non abbia alcun senso: stavolta mi ammazza sicuro, o, ben che vada, si mette a ridere. Invece, nessuna delle due. Rilassa lo sguardo, curva un po’ la testa curioso, mi fissa fino ad inghiottirmi, poi china il capo.
Affondato.
”Non mi piace essere debole.”
”Jacq…”
”Non mi sembra di averti dato il permesso di parlare”. Beh, non posso pretendere più di quanto ho già ottenuto.
”Ho detto: non mi piace essere debole. Non mi piace faticare per alleviare le fatiche altrui. Non mi piace mostrarmi disponibile.”. Alza gli occhi, li punta nei miei, non più come un re, ma come un povero mercante che deve trovar pietà per vender le sue stoffe. ”Ma questo è ciò che sono e non riesco sempre a nasconderlo. Quel ragazzo sarebbe potuto essere il mio fratellino, tant’era piccolo. Ero solo, l’ho tirato su. Se fosse successo in piena ricreazione, con la solita massa d’idioti a circondarmi, probabilmente gli avrei rifilato un calcio nelle costole. Gliene avrei spaccate un paio, forse. I miei compari mi avrebbero dato una pacca sulla spalla, il nostro segno di riconoscenza, ma riconoscenza per cosa, esattamente?
Avrei guardato quel ragazzo sanguinare, lo avrei guardato con occhi pieni di scuse.
Come se lo sguardo potesse medicare le ferite.
Poi, al pomeriggio, lo avrei raggiunto all’ospedale e mi sarei offerto di pagargli tutte le cure. In cambio, gli avrei semplicemente domandato di non confessarlo a nessuno. Questo sono io, Paul”
Come fa a sapere il mio nome?
”e, molte volte, se non sempre, non riesco a spiegarmene il perché. E’ più facile apparire come non sono, piuttosto che essere come sono. E’ più semplice offendere qualcuno piuttosto che dirgli ”Ti voglio bene” ed è molto meno faticoso spaccargli la mano, piuttosto che tendergliene una. Le persone mi portano rispetto, mi guardano come fossi irraggiungibile, eterno ed immutabile: un Dio greco.
Mi vedo potente, con una forza invincibile nelle mie braccia. Eppure, quando entro in casa e guardo gli occhi delusi di mia madre dopo l’ennesimo richiamo, non faccio altro che sentire l’invincibilità della debolezza del mio cuore. Però non mi importa; quello a cui tu hai assistito oggi è ciò che pochi sapranno, perché è quel che non voglio far vedere. La persona che appaio è quella che mi seguirà per il resto della mia vita e che mi renderà facile l’esistenza. Ho diciannove anni e sorridere alle persone non mi farà costruire un futuro, lo capisci?”
Sto zitto.
”Ogni volta che prendo tre ad un compito di matematica, la mia professoressa non fa altro che ripetermi che il mio sia un problema di basi: mi mancano le nozioni e i calcoli elementari. Vorrei dirle che è vero, che ho un grosso problema elementare: mi hanno insegnato a coniugare la voce del verbo essere, ma non come farla parlare.”
Fa per aggiungere qualcos’altro, poi ci ripensa. Non aspetta neanche che io risponda, che lo guardi: gira i tacchi e se ne va. Non sto più zitto, questa volta, faccio un respiro profondo e gli urlo senza pensarci: ”Tu hai una bellissima foglia verde, non avere timore di farlo sapere a tutti.”. Un’altra delle mie frasi un po’ cretine.
Jacques si ferma, si guarda le mani, poi in tasca: non c’è alcuna foglia verde. Non chiede spiegazioni, svolta all’angolo pensando, forse, che io sia pazzo. In realtà non lo sono: la mia analogia sarebbe stata semplice, se si fosse fermato a pensare qualche minuto, qualche ora, qualche giorno.
L’estate è finita da un pezzo, gli alberi si spogliano, i prati si coprono. La settimana scorsa ho passeggiato nel parco centrale della città e ho notato che non vi fosse neanche una foglia verde. E’ comprensibile, in questa stagione, ma ne sono rimasto ugualmente sorpreso. Da quando Jacques si è allontanato, non ho fatto altro che chiedermi perché mai un ragazzo, in possesso di una meravigliosa foglia verde in pieno autunno, non faccia altro che mostrare il proprio campo sintetico.
Tiene nascosta la foglia, la cela agli occhi degli altri, ha forse paura di rovinarla?
La rinchiude in un cassetto, magari, pensando di poterla tirare fuori ogni tanto, quando nessuno lo sa e ritrovarla sempre come l’aveva lasciata.
Vorrei correre da Jacques, stringerlo per un braccio, beccarmi un pugno sul naso, fissarlo e dirgli: ”Qualcuno te l’ha mai detto che una foglia non curata…appassisce?”
(Il testo che ho presentato riguardo il tema “L’essere e l’apparire nei giovani d’oggi”. Non ho vinto, ma scriverlo è già stata una vittoria per me.) Linearetta. (via linearetta)